

Tre.

L'Italia fra gli Asburgo e i Borbone.


12. L'Italia nel Settecento.

Da: G. Procacci, Storia degli Italiani, secondo, Laterza, Bari,
1968.

In questo brano lo storico italiano Giuliano Procacci evidenzia i
vantaggi economici acquisiti da certi stati italiani nella prima
met del Settecento, proprio grazie all'insediamento di sovrani e
governi, s stranieri, ma aperti alle nuove idee riformiste che
cominciavano a circolare in Europa. Questi governi incentivarono
l'attivit di porti franchi e la costruzione di vie di
comunicazione, che favorirono una crescente esportazione dei
prodotti agricoli e dei semilavorati tessili verso i paesi esteri,
proprio mentre si delineava un periodo di grande slancio
demografico. L'agricoltura era ormai il settore pi importante
dell'economia italiana, e per dibattere i problemi da essa
suscitati cominciarono a sorgere accademie e societ agrarie, come
la celebre accademia dei Georgofili, istituita a Firenze.
    .

Il risultato pi importante dei rivolgimenti, cui l'Italia era
stata soggetta nella prima met del secolo diciottesimo, non
consistette per soltanto nelle modificazioni territoriali e
dinastiche e nel mutamento che queste ultime produssero nei
rapporti di forza tra i vari Stati, e nemmeno nel restringimento
dell'area sottoposta alla dominazione straniera, ridotta ora alla
sola Lombardia, ma anche e soprattutto nel fatto che era stato
posto fine all'isolamento e al provincialismo in cui due secoli di
dominazione spagnola avevano mantenuto il paese. Le nuove dinastie
che si insediarono sui troni di Firenze, di Napoli e di Parma
erano s straniere ai paesi loro assegnati, ma proprio per questo
assai pi europee e meno provinciali delle vecchie casate
indigene. Quanto ai funzionari austriaci in Lombardia, essi erano
infinitamente pi capaci e dotati di una mentalit moderna dei
precedenti governatori e vicer spagnoli. E non  un caso che gli
Stati italiani che presentano nel corso del secolo un quadro di
maggiore animazione e vitalit furono proprio quelli, oltre alla
gi ricordata Lombardia austriaca, governati dalle nuove dinastie
straniere. Gli altri, quelli che conservarono i precedenti
reggitori e ordinamenti - Venezia, Genova, lo stesso Piemonte, per
non parlare dello Stato pontificio - continueranno, quali in
maggiore, quali in minore misura, a percorrere la strada della
decadenza e dell'isolamento provinciale.
Ma non si trattava soltanto per l'Italia settecentesca di un
maggior inserimento politico nell'Europa dell'et dell'equilibrio
e dei patti di famiglia [come quello stretto fra le case regnanti
dei Borboni], ma anche di un'integrazione economica in un mercato
percorso dalle grandi correnti del commercio dell'epoca.
Anzitutto attraverso il mare. Il primo porto franco [esente da
imposizioni fiscali] della penisola era stato quello attivissimo
di Livorno. Anche Venezia si era messa nel 1661 su questa strada,
ma la timidezza e le limitazioni con cui la decisione era stata
attuata contribuirono a ridurne di molto gli effetti e i
risultati. Ma fu nel corso del secolo diciottesimo che l'istituto
del porto franco conobbe una straordinaria fortuna. L'esempio
venne nel 1717 dall'emporio di Trieste, citt dell'Impero, ma
successivamente altre citt della penisola imitarono l'esempio di
Livorno e di Trieste. Ad Ancona il porto franco venne istituito
nel 1732 e anche in questo caso i risultati non si fecero
attendere: da una media di 57 arrivi negli anni 1727-1731 si pass
nel quinquennio 1732-1736 a una media di 108 e, sia pure con
oscillazioni, il numero delle navi giunte nel porto non cess di
aumentare per tutto il corso del secolo fino a toccare una media
di 169 nel quinquennio 1792-1796. Altri porti franchi istituiti
nel corso del secolo furono quelli di Civitavecchia (1748) e di
Messina. [...] Allo sviluppo dei porti e delle comunicazioni
marittime corrispose anche un parallelo sviluppo delle strade e
delle comunicazioni terrestri. L'evento pi importante nella
animatissima storia stradale italiana del secolo diciottesimo fu
probabilmente la costruzione, condotta a termine nel 1771 dal
governo di Maria Teresa, di una prima carrozzabile alpina che,
attraverso il passo del Brennero, raggiungeva la Pianura padana e
di qui, attraverso Modena e il valico appenninico dell'Abetone,
raggiungeva Firenze. Questa nuova dorsale, passando quasi
interamente su territorio della casa d'Austria o di prncipi ad
essa imparentati (i Lorena di Toscana) o alleati (gli Este di
Modena), non poteva non esercitare una forte attrazione e numerosi
furono i tentativi e i progetti intesi a raccordare ad essa altri
centri e porti della penisola. Massa, ad esempio, fu unita con
Modena da una carrozzabile realizzata da Francesco terzo d'Este.
[...].
L'Italia rinserrava cos i suoi legami economici con l'Europa,
entrava definitivamente attraverso i suoi porti e le sue
carrozzabili alpine a far parte del circuito e del mercato
europeo. Ma ci che merita soprattutto di essere sottolineato  il
fatto che questo reinserimento nell'economia europea coincide con
una delle fasi di pi impetuosa espansione della medesima. Col
secolo diciottesimo siamo, come  ben noto, nel pieno della
rivoluzione agricola, che trasform il volto di larga parte
delle campagne del continente, e alla vigilia della grande
rivoluzione industriale inglese; siamo nel secolo della
fisiocrazia e di Adam Smith e nell'et in cui la scienza pura dei
Galilei e dei Newton si trasforma nella scienza applicata dei Watt
e degli Arkwright [inventori inglesi]. Siamo in una parola nel
secolo dei lumi: dopo la lunga e travagliata crisi del secolo
diciassettesimo l'Europa moderna, l'Europa borghese,  ormai
lanciata al predominio e alla conquista del mondo.
Ed  di questa Europa che l'Italia  ogni giorno di pi parte
integrante ed  di questa prosperit che essa si trova a
beneficiare [...].
Il settore dell'economia e della societ italiane che si trov pi
direttamente investito dalle conseguenze dell'inserimento
dell'Italia nel mercato europeo fu senza dubbio quello
dell'agricoltura. Non si vede del resto come avrebbe potuto essere
diversamente: i tempi in cui l'Italia riforniva l'Europa di
prodotti pregiati e di merci orientali erano definitivamente
tramontati. Ci che l'Europa del secolo diciottesimo chiedeva
all'Italia erano prodotti agricoli necessari per nutrire la sua
popolazione sempre crescente e le materie prime necessarie per
alimentare le proprie manifatture.
L'Italia forn gli uni e le altre. La seta greggia innanzitutto:
buona parte della materia prima impiegata nelle fiorenti tessiture
di Lione proveniva dal Piemonte e dalla Lombardia. Esportatrici di
cospicui quantitativi di seta erano anche le regioni del
Mezzogiorno e in particolare la Calabria, per quanto nel corso del
secolo, a giudicare dai non molti dati a nostra disposizione,
sembra che tale commercio abbia subito una drastica riduzione. Un
notevolissimo incremento, sempre nel Mezzogiorno, conobbe invece
l'esportazione dell'olio, che, oltre che per l'alimentazione, era
richiesto in quantit sempre maggiori dalle prospere manifatture
di sapone marsigliesi. [...] Oltre alla seta del Piemonte e della
Lombardia e agli oli del Mezzogiorno, altre voci del commercio di
esportazione degli Stati italiani erano, negli anni in cui il
raccolto era stato abbondante, il grano e il vino. La fortuna di
taluni vini tipici italiani ha inizio proprio nel secolo
diciottesimo: ricordiamo il caso del Marsala, siciliano, il cui
lancio sul mercato internazionale fu dovuto essenzialmente
all'iniziativa di un inglese, John Woodhouse.
La crescente richiesta da parte del mercato europeo di prodotti e
di materie prime agricoli, congiunta a quella di un mercato
interno anch'esso in fase di espansione, non poteva naturalmente
non esercitare sull'agricoltura italiana un forte stimolo. [...].
Si venne cos gradualmente determinando una vera e propria corsa
alla terra, sulla cui portata nulla ci pu meglio ragguagliare che
la storia demografica della penisola nel corso del secolo. Come
nel resto d'Europa anche in Italia (ancora un caso di
isocronismo), il movimento della popolazione  nel corso del
secolo diciottesimo nettamente ascendente e nel complesso si 
calcolato che tra gli inizi e la fine di esso la popolazione della
penisola pass da 13-14 milioni a 18. Ci che per vale la pena di
esser particolarmente notato  il fatto che le campagne
beneficiarono nel complesso in misura maggiore che le citt di
questo incremento e che nella storia demografica di un paese
fortemente urbanizzato come l'Italia ci rappresentava una
sintomatica inversione di tendenza. [...].
Ritorno alla terra dunque: il fenomeno  talmente profondo e
generale che la coscienza di esso non tarda a manifestarsi.
L'agricoltura  di moda nel Settecento italiano. I poeti
ambientano le loro favole in Arcadia e qualcuno giunse a scrivere
dei poemi sulla coltivazione del riso e della canapa. Le accademie
e le societ agrarie si moltiplicano attraverso tutta la penisola:
la pi celebre fu quella fiorentina dei Georgofili fondata nel
1753, vero e proprio sinedrio [senato] della possidenza toscana.
Gli scritti dedicati all'agricoltura non si contano e tra i
maggiori esponenti della cultura settecentesca non furono pochi
coloro che si occuparono in qualche modo di problemi connessi con
la questione del rifiorimento dell'agricoltura.
